La neuroscienziata descrive esperimenti su precognizione, remote viewing e coscienza, poi allarga il discorso a linguaggio, quantum computing e programmi governativi opachi.
Quando Julia Mossbridge dice che il problema non è solo capire se la precognizione esista, ma poterla dire ad alta voce senza perdere credibilità, la conversazione cambia tono. La sua tesi è semplice e ambiziosa insieme: alcune capacità che chiamiamo “psi” non sono magie private, ma fenomeni da studiare con gli strumenti della scienza. Da lì il discorso scivola su chi decide cosa è serio, su come il linguaggio possa attenuare altre forme di conoscenza, e su perché per lei il futuro della ricerca passa meno dalle autorità e più dagli esperimenti.
Julia Mossbridge mette subito il dito sulla frattura che la interessa davvero: non tanto se la precognizione esista, quanto se sia possibile parlarne senza perdere status. La sua tesi è che il problema non sia la scarsità di dati, ma la soglia culturale oltre la quale certe domande diventano quasi impronunciabili. In questa cornice, psi non è una fantasia privata, ma un campo di osservazione che, secondo lei, merita gli strumenti della scienza.
Sono una scienziata formata in neuroscienze cognitive e informatica, e poi mi sono interessata a come funziona il tempo nel cervello umano, soprattutto a quanto sia strano quando entra in gioco la precognizione.
Ho iniziato a pensare che le persone abbiano queste capacità, che siano state smorzate, e che si possano sviluppare. Alcune le hanno in modo naturale, altre no, ma ci sono persone dappertutto con questi doni diversi.
Quando Rogan insiste sul valore di una scienziata che raccoglie dati su intuizione e premonizione, Mossbridge sposta la conversazione su un altro piano: il riconoscimento istituzionale. Dice di aver controllato i controlli, di aver pubblicato in riviste peer review, eppure di vedere i propri lavori sparire persino da Google Scholar*, come se l’attrito non fosse epistemico ma amministrativo.
Mi sembra affascinante, ma non so se conti. Anche quando passo anni a studiarlo e a verificare che non sia un trucco, nel mondo scientifico spesso viene ignorato, o addirittura represso attivamente.
Se non ti sembra vietato, se non ti sembra vergognoso, allora puoi farne qualcosa. La parte culturale pesa molto.
La frattura non passa più tra chi crede e chi non crede, ma tra chi accetta di restare ignorante abbastanza a lungo da imparare e chi usa la propria intelligenza come una corazza. Qui Mossbridge spinge il ragionamento dentro l’accademia: il suo bersaglio non è la competenza, ma la posa di competenza, quel bisogno di apparire già arrivati che finisce per soffocare la curiosità.
Il problema che mi fa infuriare della sinistra è questo voler sembrare intelligenti e dimostrare di esserlo. E il problema che mi fa infuriare della destra è voler avere ragione. Nessuna delle due cose ci permette davvero di scoprire cosa viene dopo.
Quando sei sempre impegnato a dimostrare quanto sei intelligente e quanto domini un certo campo, non stai davvero parlando con qualcuno. Stai solo cercando di vincere quel piccolo gioco verbale.
Mossbridge racconta di essere passata per una formazione in cui la domanda giusta vale più della risposta brillante. Il suo insegnante di biologia, dice, faceva scrivere agli studenti una domanda “alla Einstein” e una “da bambino di due anni”, per poi sostenere che Einstein somigliava di più al secondo che al primo. È un piccolo racconto pedagogico, ma serve a spostare il baricentro: la scienza come esercizio di stupore, non di prestigio.
Quando andai alla scuola di specializzazione e entrai nel mondo dell’accademia, c’era tutta questa pressione a scrivere il grant dopo aver fatto circa tre quarti del lavoro, così che appena ottieni i fondi puoi pubblicare gli articoli che lo accompagnano. Non stai davvero scoprendo qualcosa, stai raccontando quello che già sai come se non l’avessi ancora guardato.
Mi avevano detto, in modo molto gentile, che se avessi tolto questa parte sullo psichico dal mio curriculum avrei avuto un curriculum perfettamente buono per l’accademia. E io pensai: siete matti? È questa la parte interessante.
Per Mossbridge, il punto non è solo che la mente esiste accanto al cervello, ma che ridurla alla macchina nervosa finisce per far sparire il resto. Nel suo racconto, il problema moderno è aver scambiato la capacità di misurare con la capacità di capire, e aver lasciato fuori campo tutto ciò che non si lascia tradurre in procedura.
Sto distinguendo tra cervello e mente. Il cervello è questo pezzo fisico di roba, collegato alla mente, ma la mente è ciò che stiamo facendo».
Il problema è anche che il linguaggio può sottrarre altre forme di conoscenza. Ci siamo allontanati da queste cose e forse abbiamo meno istruzioni di prima».
Da lì Mossbridge passa a un’altra tesi: la cultura, e in particolare l’ossessione per l’intelligenza esibita, può diventare una forma di impoverimento percettivo. Dice che molte conversazioni non sono conversazioni, ma gare di prestigio, e lega quella postura a una perdita di ascolto, umiltà e presenza.
Le persone vogliono mostrare a tutti quanto sono intelligenti e quanto sono dominanti in un certo ambito. È una delle cose più esasperanti delle conversazioni in cui le persone non stanno davvero parlando con te».
L’intelligenza stessa non basta. Il messaggero conta, la personalità conta, e se qualcuno è arrogante o scortese, rovina il messaggio».
Per Mossbridge, il punto non è se questi bambini “credano” alla telepatia, ma che la trattino come una forma di comunicazione praticata, verificabile a tratti, e non come una fantasia privata. La discussione si allarga dai suoi esperimenti con studenti non parlanti a una domanda più ingombrante: se il linguaggio organizza la coscienza, può anche schermare altre informazioni che arrivano prima delle parole. diventa così il ponte tra le sue prove di laboratorio e le storie che racconta sui ragazzi con cui lavora.
Penso che sia assolutamente lì, e penso che sia neuroscientificamente difendibile che ci sia, ma che il linguaggio in realtà lo sopprima.
Siamo preoccupati che i ragazzi non parlino, ma in realtà potrebbero avere accesso a più informazioni di noi.
Il suo racconto più lungo riguarda una serie di test con spellers e non-speakers, condotti lontano dal partner di comunicazione e dal bersaglio da indovinare. In uno dei casi citati, un ragazzo avrebbe descritto un video dicendo senza vedere le domande a scelta multipla, poi avrebbe aggiunto dettagli che Mossbridge interpreta come troppo specifici per essere un colpo di fortuna. L'argomento, per lei, è che questi studenti non stanno solo rispondendo a stimoli, ma stanno intercettando un livello d'informazione che il resto degli adulti tende a non considerare.
Ha scritto che era pronto. Ha detto: “È un cielo bellissimo”.
E statisticamente non c'è quasi modo di calcolare quanto sia probabile, perché poteva essere qualunque video del mondo.
Se c’è un filo che tiene insieme l’ultima ora, è questo: Mossbridge prova a spostare la questione da “esistono fenomeni strani?” a “che cosa succede se il tempo non è così lineare come crediamo?”. Da lì costruisce un ponte tra retrocausalità, coscienza e una pratica politica del futuro, in cui l’amore diventa sia ipotesi scientifica sia strumento di cura.
Penso che si possa fare una fisica dell’amore. Voglio pensarla come qualcosa su cui posso fare fisica o matematica
La sua tesi passa per un’idea quasi totalizzante di informazione: sotto materia, energia e spazio-tempo esisterebbe un substrato informazionale che contiene passato e futuro potenziale. Mossbridge dice di vedere segnali di questo schema negli studi sulla precognizione e nella propria ricerca, soprattutto quando le persone entrano in stati di auto-trascendenza o di amore.
Se puoi ottenere informazioni su eventi futuri a un tasso sopra il caso... allora questo significa che l’informazione può filtrare all’indietro dal futuro
È qui che Mossbridge lega la sua ipotesi ai quanti. Sostiene che i processi quantistici non andrebbero visti solo come oggetti da intrappolare e raffreddare, ma come fenomeni più naturali, già visibili nella fotosintesi e forse utili per ripensare il quantum computing.
Stiamo cercando di imitare i computer classici con i computer quantistici, e non stiamo prendendo in conto queste proprietà collettive a livello classico
Che cosa sostiene Mossbridge sulla precognizione?
Sostiene che la precognizione sia reale, misurabile e più diffusa di quanto si ammetta. Dice di averla vista in esperimenti e nella propria esperienza, anche se la cultura scientifica la respinge.
Perché parla tanto di ego e ascolto?
Per lei l’ego rende la scienza, la politica e persino le conversazioni meno capaci di cercare la verità. Racconta di preferire il dubbio e l’ascolto alla performance dell’intelligenza.
Che ruolo attribuisce al linguaggio?
Dice che il linguaggio aiuta a pensare in modo più preciso, ma può anche ridurre altre forme di percezione, comprese intuizione e telepatia. Lo tratta come una tecnologia, non come un destino naturale.
Cosa vuole dire con retrocausalità?
Intende l’idea che il futuro possa influenzare il presente o il passato in qualche modo. La usa per leggere sia la fisica quantistica sia i fenomeni psi che dice di studiare.
Perché cita programmi governativi e memoria cancellata?
Racconta episodi della sua infanzia e della sua vita adulta che interpreta come possibili esperimenti su bambini dotati di capacità eccezionali. Dice però che molte sue ricostruzioni restano ipotesi, non prove concluse.
Have a Nice Disclosure
Mossbridge presenta il suo libro come un modo per parlare di disclosure senza aspettare un’autorità esterna. Dice che la versione audio è letta da lei stessa.
Sintesi assistita dall'AI del podcast di PowerfulJRE, verificata sulla trascrizione originale.
La critica al ciclo grant pubblicazione coglie un problema noto, ma non descrive tutto il lavoro scientifico. Molta ricerca è davvero incrementale e amministrativamente soffocata, però quel sistema esiste anche per filtrare risultati fragili e impedire che intuizioni suggestive vengano trattate come conoscenza stabilita.