Scott Galloway sostiene che il vero effetto dell’AI non sia un’apocalisse occupazionale, ma una redistribuzione di potere: tra aziende e lavoratori, ricchi e non ricchi, Stati e piattaforme.
L’idea che l’AI stia per distruggere il lavoro, per Scott Galloway, serve più a giustificare valutazioni altissime che a descrivere il mercato. Nel suo racconto, il rischio vero non è una rivoluzione improvvisa dell’occupazione, ma una tecnologia che rende i più ricchi ancora più ricchi mentre il resto del paese resta fuori dai guadagni. Da lì, il discorso si allarga: la fragilità dei giovani davanti al rifiuto, il valore delle competenze relazionali, il culto dei CEO, la guerra in Medio Oriente e un sistema che scarica il costo del rischio su chi ha meno potere.
Scott Galloway apre con una tesi semplice e aggressiva: la storia dell’AI come forza che spazzerà via il lavoro serve prima di tutto a sostenere valutazioni e raccolte di capitale. Nel suo racconto, la paura è diventata un asset di marketing, più utile ai bilanci delle aziende che alla comprensione di ciò che accade davvero nel mercato del lavoro. Dietro la catastrofe annunciata, dice, c’è un problema più ordinario e più duro: chi possiede gli asset può trasformare l’AI in rendita, chi non li possiede vede solo costi e distanza.
Penso che sia soprattutto una stronzata e catastrofismo, un modo per raccogliere fondi. Ogni tecnologia nella storia attraversa un arco simile: c’è un po’ di catastrofismo, c’è una perdita di posti di lavoro, poi l’aumento di produttività genera margini aggiuntivi, nuove opportunità di business e crescita dell’occupazione.
Quello che stanno facendo è dire, in sostanza, che la loro tecnologia è così devastante da spostare la società, e quindi dovreste investire a una valutazione folle.
Galloway insiste sul fatto che la prova, per ora, non assomiglia a un collasso occupazionale. Richiama il tasso di disoccupazione americano al 4,5%, quello giovanile all’8,8%, e nota che il numero di nuove imprese avviate pro capite negli Stati Uniti è raddoppiato in dieci anni. La sua lettura è che l’AI stia già cambiando i processi, ma non abbia ancora mostrato quel “meteor” esterno sul mercato del lavoro che molti amministratori delegati evocano.
Non vedo alcun motivo per cui questa volta dovrebbe essere diverso. E penso che il catastrofismo e il parlare di una distruzione massiccia dei posti di lavoro sia un modo per giustificare gli investimenti enormi che queste aziende vogliono far fare alle imprese.
Il numero di nuovi permessi o di nuove imprese avviate pro capite negli Stati Uniti è raddoppiato negli ultimi dieci anni.
Per Galloway, la domanda giusta non è se l’AI stia già cancellando il lavoro, ma se stia spostando il lavoro abbastanza in fretta da cambiare chi assume, chi guadagna e chi resta fermo. La sua tesi è più prudente del titolo che lo accompagna: parla di compiti che si ridisegnano, di ruoli che si comprimono, di settori che assorbono meno persone, non di una disoccupazione di massa già visibile.
La prima grande paura, il catastrofismo, è questa distruzione dei posti di lavoro senza precedenti. Ne parlano da tre anni, ma guardiamo i dati
Se non sapessi che c’è questa tecnologia seminale di cui persone molto intelligenti stanno prevedendo l’apocalisse occupazionale, e guardassi solo i dati, non capiresti che sta succedendo qualcosa di grande sul mercato del lavoro
Il suo esempio preferito è quello dei radiologi, che per anni sono stati presentati come la prima vittima dell’automazione. Galloway sostiene invece che il lavoro non si esaurisce nello scanning delle immagini, perché il valore vero sta nella diagnosi e nel piano di cura; perciò le assunzioni, dice, stanno già tornando a salire. Lo stesso ragionamento lo applica ai codificatori, per i quali cita un aumento dell’11% delle inserzioni annue e una domanda nuova legata ai prompt e al vibe coding.
Il nuovo lavoro per i radiologi è che il numero di annunci nel 2026 è salito, perché alla fine scansionare l’immagine è importante, ma è solo una piccola parte del lavoro
Il numero di annunci per i codificatori, anno su anno, è salito dell’11%
Il punto, per Scott Galloway, è brutale nella sua semplicità: nel mercato che l’AI sta aprendo, il vantaggio non va a chi sa solo usare strumenti tecnici, ma a chi sa farsi scegliere. Le macchine comprimono i compiti ripetitivi, lui sostiene, mentre ciò che resta davvero scarcamente sostituibile è la capacità di raccontare una storia, costruire fiducia e assorbire un no senza crollare.
Il skill che dura è lo storytelling, e cioè la tua capacità di guardare i dati, creare un arco narrativo e poi comunicare quella storia in modo convincente.
L’abilità più grande che i giovani stanno perdendo, soprattutto i giovani uomini, è la capacità di sopportare il rifiuto.
Galloway lega il racconto a un’idea quasi biologica del lavoro: le tecnologie convergono, i prodotti si assomigliano, e la differenza finisce per stare nelle relazioni. Racconta di dover scegliere fra tre studi legali, tre banche d’investimento, tre società di CRM, e di chiedersi alla fine soprattutto con chi vuole lavorare, chi conosce i suoi figli, chi gli piace davvero. È una visione che riduce il mito del talento astratto e rimette al centro la socialità come forma di vantaggio competitivo.
Alla fine della giornata, ho tre diversi studi legali che mi propongono affari, tre diverse banche d’investimento, tre diverse società di CRM. Con chi ho il miglior rapporto e con chi voglio lavorare?
Le persone devono imparare a fare un passo avanti rispetto alla propria categoria di peso, uscire e prepararsi a mangiare merda.
Il punto di Galloway è che i capi dell’AI non si comportano come salvatori, ma come attori che hanno tutto l’interesse a tenere il dibattito in uno stato di emergenza permanente. Se la tecnologia viene descritta come così potente da rendere inutile qualunque regola, il risultato pratico è che chi la controlla resta libero di muoversi più in fretta dei governi. Per lui, il bersaglio non è Sam Altman in quanto persona, ma un ecosistema che premia l’ambiguità e punisce la regolazione.
Non dovremmo doverci fidare di lui. Dovremmo poterci fidare del fatto che abbiamo eletti intelligenti che regolano queste aziende.
Galloway spinge la sua critica oltre il singolo dirigente e descrive una classe di imprenditori che, a suo dire, prepara piani di fuga e bunker mentre chiede al resto della società di accettare il rischio. In questa lettura, il problema non è solo l’ipotesi di un disastro, ma l’idea stessa che i più ricchi possano dissociarsi dalle conseguenze del sistema che contribuiscono a creare. Il lusso dell’apocalisse, dice in sostanza, è una forma di privilegio politico.
Tra i miliardari, direi conservativamente che uno su tre ha una qualche forma di piano di fuga.
La sua accusa più dura riguarda il rapporto tra ricchezza estrema e distanza dalla vita comune. Galloway sostiene che i super-ricchi non subiscano più gli stessi costi del paese reale, dai trasporti alla scuola, dalla sanità alla sicurezza, e che questa separazione li renda meno interessati al bene pubblico. È una tesi politica prima che morale: se non paghi il prezzo del degrado, hai meno incentivi a ripararlo.
La parte bassa del 99% delle società occidentali viene essenzialmente ottimizzata e monetizzata per rendere la vita dell’1% semplicemente incredibile.
Non hanno più investito nel benessere dell’America.
La guerra, in questa lettura, non è mai solo una questione di missili o confini. Scott Galloway la riporta subito a un tema più prosaico: chi paga il prezzo dell’incertezza e chi, invece, continua a vedere salire il valore dei propri asset mentre il resto del paese resta esposto. Per lui il conflitto con l’Iran è anche una prova di questo squilibrio, perché i mercati possono segnare nuovi massimi mentre l’energia, l’assicurazione e la paura si scaricano sui meno ricchi.
Il mercato ha appena toccato un massimo storico negli Stati Uniti. E questo rimanda a qualcosa di molto malsano: ci sono elementi della nostra economia, in particolare i ricchi, che si sono totalmente disconnessi.
Il punto non è solo che l’America sembri protetta. È che, secondo Galloway, il dolore del rischio viene spostato altrove, verso famiglie a basso reddito, paesi del Golfo e lavoratori esposti al costo dell’energia. La sua formula è brutale: i più ricchi non sentono il colpo al distributore, mentre per chi spende una quota molto più alta del reddito in benzina e riscaldamento la guerra entra nel bilancio domestico prima ancora che nei titoli dei giornali.
Il 50% della spesa dei consumatori negli Stati Uniti arriva dal 10% più ricco. Il top 10% se ne frega se la benzina costa sei dollari al gallone. I giovani e i poveri, i redditi più bassi, spendono il 22% del reddito familiare in energia.
Galloway collega questa asimmetria a una tesi più ampia, quasi politica: in Occidente si è scelto di proteggere gli asset e di socializzare il costo della correzione. Quando parla di bailouts e di spesa pubblica, non tratta la stabilizzazione come un bene comune, ma come un meccanismo che preserva il valore di chi possiede già capitale, lasciando ai più giovani un mercato più caro e meno accessibile.
Abbiamo esternalizzato il lato negativo della guerra verso i paesi meno ricchi, verso le famiglie a basso reddito che spendono una quota sproporzionata del loro reddito in energia.
Qui la sua critica si intreccia con il tema delle generazioni. Se il mercato crolla, dice, chi è nella fase di accumulo può perfino trovare occasioni; ma il sistema politico tende ormai a impedire che i prezzi degli asset scendano davvero. Il risultato, nella sua lettura, è un capitalismo che difende l’ordine patrimoniale e rende la volatilità una tassa invisibile per chi possiede meno.
Galloway pensa che l’AI distruggerà i lavori?
No, sostiene che nel medio-lungo periodo creerà più lavori di quanti ne distrugga. Ammette però forti colpi su alcuni ruoli, soprattutto entry-level e funzioni ripetitive.
Quali lavori vede più esposti?
Cita customer service, legale, trasporti a lunga distanza e alcune parti del lavoro amministrativo. Dice però che altri ruoli, come quelli relazionali, restano molto più protetti.
Qual è la competenza più importante secondo lui?
Lo storytelling, inteso come capacità di leggere dati, costruire una narrazione e venderla bene. Lo collega anche alla persuasione e alla costruzione di relazioni.
Perché critica i CEO dell’AI?
Perché li vede come incentivi al rialzo, non come guide morali. Secondo lui fanno paura al pubblico mentre cercano capitale e protezione politica.
Cosa consiglia ai giovani?
Di usare l’AI ogni giorno, investire in sé stessi, risparmiare presto e imparare a reggere il rifiuto. Per lui la resilienza resta decisiva.
Notes on Being a Man: How to Address the Masculinity Crisis: Build Mental Strength and Raise Concerns
Galloway cita il suo libro come sintesi dei temi finali della conversazione, soprattutto mascolinità, paternità, resilienza e responsabilità personale.
Sintesi assistita dall'AI del podcast di The Diary Of A CEO, verificata sulla trascrizione originale.
Il richiamo ai dati macro è utile, ma rischia di essere troppo liscio per un cambiamento che spesso si vede prima nelle mansioni che nei posti totali. Un mercato può restare occupato mentre si svuotano i gradini iniziali della carriera, e proprio lì l’AI può fare più danni che nelle statistiche aggregate. La disoccupazione stabile, da sola, non smentisce uno spostamento di potere dentro le aziende.