Il capo del fondo sovrano norvegese dice che l’IA cambierà produttività, scuole e investimenti, ma insiste su un principio più antico: per battere il mercato bisogna restare diversi, lenti a cambiare idea e velocissimi a reagire.
Alle spalle ha un contatore che gli ricorda quanti giorni gli restano nel ruolo. Davanti, una tesi semplice e aggressiva: l’IA non è solo una tecnologia da comprare, ma una leva da infilare ovunque, nei mercati, nelle scuole, nelle aziende e perfino nel modo in cui si discute. Tangen la presenta come una forza che alza la produttività e, insieme, come il simbolo di un’epoca in cui prevedere il futuro serve sempre meno. Il punto, per lui, non è indovinare il prossimo scossone, ma costruire istituzioni abbastanza rapide da assorbirlo.
Tangen apre con una tesi che suona insieme provocatoria e utilitarista: se le ambizioni sono alte, si può arrivare lontano anche fallendo, mentre le ambizioni basse non portano da nessuna parte neppure quando sembrano riuscire. Da lì sposta il discorso sull’IA come leva da applicare “ovunque”, non come settore da osservare da lontano. Per lui il punto non è inseguire il titolo del giorno, ma usare la tecnologia per cambiare produttività, organizzazioni e perfino il modo in cui si valuta il rischio.
Se hai ambizioni davvero, davvero alte, ottieni grandi cose anche se fallisci. Se hai ambizioni basse, non ottieni nulla anche se riesci.
Se fossi primo ministro per un giorno, inietterei l’IA ovunque.
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Quando gli viene chiesto se il settore tech stia andando avanti, Tangen non offre un grafico ma una scena da borsa febbrile: Jensen Huang al ristorante di pollo in Corea, il titolo della catena che sale, perfino l’azienda che alleva il pollo e quella dei bracci robotici per friggerlo che si muovono a loro volta. È il suo modo di dire che il mercato non sta solo premiando i chipmaker, ma ogni anello della storia, compresi quelli più periferici. Per lui è un segnale di calore estremo, quasi di contagio narrativo.
È un settore molto, molto caldo. E penso che possiamo essere d’accordo su questo.
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Quando guardi cose come le valutazioni, la circolarità nella proprietà e il vendor financing, guardi quanto è spumeggiante un settore.
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Tangen tratta l’ambizione come una variabile quasi culturale prima ancora che personale: negli Stati Uniti la vede come una spinta sociale, in Europa come qualcosa che tende a smussarsi. La sua tesi, in questa sezione, è che la produttività non nasce solo da più tecnologia, ma da persone capaci di ascoltare, di reggere il dissenso e di restare diverse abbastanza a lungo da non farsi inghiottire dal conformismo.
Penso che ascoltare sia super importante. Molte persone credono di ascoltare, ma in realtà non ascoltano affatto.
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In generale dovresti ascoltare due volte di più di quanto parli. È per questo che hai due orecchie.
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Il suo ragionamento si allarga poi alla società. Tangen richiama civiltà e economie che, a suo dire, sono cresciute quando hanno tenuto aperti commercio, mobilità e libertà di pensiero, e sono entrate in declino quando hanno chiuso frontiere e soffocato il dissenso. La preoccupazione più netta, dice, è la libertà di parola, perché senza nuove idee un paese smette di rinnovarsi.
Nelle età d’oro che abbiamo avuto, i grandi poteri sono stati economie aperte, libero commercio, libero movimento del lavoro e delle idee.
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Per me è la libertà di parola. Sembra essere il grande limite.
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Tangen tratta la previsione come un lusso che il mercato non concede più. Dopo aver ammesso di essersi sbagliato con gli amici su Trump, i dazi e i rapporti tra Stati Uniti, Europa, India e Cina, sposta il fuoco su un'altra virtù: velocità e agilità valgono più di una mappa elegante del futuro. La tesi è semplice, quasi brutale, perché il problema non è capire tutto prima, ma reagire prima degli altri.
Penso che cercare di prevedere in questo mondo sia sempre più inutile. Quello che serve è lavorare sulla velocità e sull’agilità.
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Le cose non dovrebbero richiedere più tempo del necessario. Si risparmia tempo essendo veloci.
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Per Tangen, l’urgenza non è solo una dote individuale, è un modo per piegare l’organizzazione al tempo reale. Racconta il contatore nel suo ufficio che gli ricorda i giorni rimasti nel ruolo e lo usa per forzare decisioni immediate, quasi a dire che l’inerzia è già una forma di perdita. Da lì passa a una distinzione più austera: si può essere lenti a cambiare idea, ma solo dopo aver creato uno spazio in cui l’idea possa essere messa alla prova.
Devi essere testardo, ma devi avere la capacità di cambiare idea. Pochissime persone hanno entrambe le cose.
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La vita non è una gara di popolarità.
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Per Tangen, la lezione più dura della crisi finanziaria non è stata tecnica ma morale. Il suo racconto della perdita in un subprime lender con frode contabile diventa un giudizio netto su certi modelli di credito: se il guadagno dipende dalla fragilità altrui, qualcosa si è già rotto. È da lì che arriva il tono poco diplomatico con cui separa il mestiere dell’investire dalla tentazione di monetizzare la disgrazia.
La peggior lezione fu durante la crisi finanziaria. Eravamo in un prestatore subprime e si scoprì che c’era una frode contabile, ed era una posizione enorme. È il peggior investimento che abbia mai fatto.
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Non voglio profittare da persone che stanno passando un momento difficile.
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Tangen spinge la conclusione oltre il caso specifico. Alla domanda sul possibile contraddittorio, non concede quasi spazio all’idea che il credito ai clienti più deboli sia di per sé difendibile, se il prezzo e le condizioni diventano predatori. Il punto, nel suo racconto, non è l’esistenza del credito, ma il modo in cui viene costruito e il rendimento che pretende di estrarre.
Quella stessa esperienza gli serve poi per spiegare come reagisce dopo un errore grosso. Tangen dice che il punto non è diventare prudenti fino all’inerzia, ma evitare di ripetere la stessa ferita, perché gli errori abbondano e la memoria dovrebbe servire a selezionarli, non a sterilizzare il rischio. La formula che usa è quasi da manuale di sopravvivenza professionale, ma nel suo caso è anche un modo per tenere separati colpa e paralisi.
Finché non fai lo stesso errore, va bene. Perché rifare gli stessi errori quando ci sono così tanti errori da cui imparare?
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Non devi lasciare che ti influenzi. Devi risalire in sella e prendere lo stesso livello di rischio.
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Per Tangen, la disciplina del lungo termine non nasce dalla frenesia, ma dalla capacità di accettare che in certi giorni il lavoro migliore è non fare quasi nulla. Il suo argomento è semplice e quasi provocatorio: la ricchezza vera arriva da poche decisioni giuste, tenute ferme per anni, mentre l’ansia di muovere il portafoglio spesso finisce per peggiorarlo. L’idea di un portafoglio che rende meglio restando fermo è il contrario dell’istinto del gestore attivo, e proprio per questo la vuole al centro della cultura interna.
Il modo migliore di fare soldi è fare il meno possibile in termini di cambiamenti delle quote di proprietà. È molto difficile, perché la gente vuole fare cose.
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Molto spesso la cosa più difficile è non fare niente. Se guardi il risultato dell’anno e confronti quello che avresti avuto senza cambiare nulla, scopri spesso che hai tolto performance con le cose che hai fatto.
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Tangen prova a dare a quell’inerzia una grammatica operativa: prima di agire, dice, bisogna misurare il valore del non intervento. Chiama il metodo “inert inertia analysis”, cioè la domanda su come sarebbe andato il portafoglio se fosse rimasto identico dal primo gennaio, e usa quel confronto per scoprire quante mosse hanno sottratto più che aggiunto. La sua non è una celebrazione del gesto minimo, ma una richiesta di giustificare ogni deviazione rispetto allo stato iniziale.
Lo chiamo analisi dell’inerzia. Prendi il portafoglio dal primo gennaio, guardi quale sarebbe stato il risultato se non avessi fatto neppure un cambiamento e poi confronti quel risultato con quello reale.
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Il punto si allarga dalla gestione del denaro alla gestione delle organizzazioni. Tangen dice che un fondo sovrano deve pensarsi a 50 anni, ma ammette che nessuno sa davvero com’è il mondo tra mezzo secolo, e che persino tre anni già sfuggono alla previsione sensata. Da qui la sua diffidenza verso chi si affida troppo all’analisi e troppo poco all’urgenza percepita: l’intuizione, sostiene, serve soprattutto quando il tempo manca e il quadro è troppo complesso per essere tradotto subito in numeri.
Idealmente dovremmo pensare a 50 anni in avanti. Ma è dura, perché non hai la minima idea di come sarà il mondo tra 50 anni, e in realtà non sappiamo neppure com’è quello fra tre anni.
Tangen chiude il cerchio con una formula semplice: il lavoro, per lui, non è una separazione da difendere ma una vita da integrare. Dice di alzarsi alle 5, leggere giornali, rispondere a mail, prendere appunti di notte e tornare ai testi la sera, come se la disciplina personale fosse una parte dell’assetto istituzionale e non un fatto privato. La stessa logica torna quando parla di geopolitica e tecnologia, due forze che rendono il presente più instabile ma anche, nella sua lettura, più interessante da abitare.
Io lavoro tutto il tempo. Ma non è lavoro, è vita.
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Mi sveglio alle 5 e poi leggo i giornali per cercare di capire cosa succede nel mondo. Se mi viene un’idea nel cuore della notte, tengo un taccuino accanto al letto, perché se non la scrivi su un foglio la dimentichi.
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Quando la conversazione tocca le criptovalute, Tangen cambia tono e si presenta come uno che deve ancora studiare. Dice che il fondo ha qualche esposizione indiretta attraverso l’infrastruttura, ma insiste soprattutto sul vuoto di comprensione: deve leggere di crypto, di reti e di IMF*, perché il tema gli resta poco chiaro. Il punto, qui, non è l’entusiasmo per il settore, ma una curiosità quasi metodica verso ciò che potrebbe avere un peso sistemico.
Non capisco le criptovalute. Quindi devo imparare.
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Devo leggere di reti, devo leggere di crypto, devo leggere di IMF. C’è così tanto che devo imparare.
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Perché Tangen pensa che l’IA sia così importante?
Perché la vede come una leva che aumenta produttività, velocità decisionale e capacità delle istituzioni. A suo dire va inserita ovunque, non trattata come un progetto separato.
Perché parla di possibile bolla AI?
Cita valutazioni, circolarità nella proprietà, vendor financing e il clima mediatico. Dice però che l’impatto dell’IA sulla vita e sul lavoro resta enorme.
Cosa considera un buon investitore?
Uno che resta testardo contro il consenso ma riesce a cambiare idea quando arrivano nuovi segnali. Per lui il contrario puro è debole quanto l’adesione cieca.
Come funziona il fondo sovrano norvegese?
Secondo Tangen, si regge su sostegno politico trasversale, massima trasparenza e una regola che limita la spesa pubblica annuale al 3% del fondo.
Qual è il suo errore di investimento peggiore?
Un prestito subprime nella crisi finanziaria, finito male anche per frode contabile. Da lì conclude che i modelli di business dubbi vanno evitati.
Nvidia
Tangen cita il libro su Nvidia come esempio di come Jensen Huang descriva l’IA come una “once in a lifetime opportunity”. La menzione serve a sostenere la sua idea che paesi e aziende debbano muoversi subito.
Sintesi assistita dall'AI del podcast di The Knowledge Project Podcast, verificata sulla trascrizione originale.