Tre startup entrano in scena con modelli molto diversi, ma la domanda che attraversa la puntata è sempre la stessa: quando un progetto smette di essere una prova di forza personale e diventa un’azienda che regge da sola?
La prima domanda non è se l’idea funzioni, ma se valga la pena portarla oltre il meme. Davanti ai giudici, il confine tra progetto serio e side project resta mobile, e ciascuna startup finisce misurata sulla stessa prova: esiste un mercato, oppure esiste solo l’energia di chi la racconta? La puntata insiste su questo punto più volte, con esiti diversi. Una startup viene letta come media company travestita da prodotto, un’altra come software B2B con margini da difendere, la terza come tentativo di costruire discovery e dati dove oggi domina l’ignoto.
La prima startup entra in scena come un test di identità prima ancora che di mercato. Jaser dice subito di non essere lì per un fundraising classico: porta un'app per trovare il bagno migliore, ma soprattutto porta il dubbio su cosa stia costruendo davvero, un prodotto, una community o un meme che gli sta sfuggendo di mano. La domanda che attraversa tutto il confronto è questa: oppure esiste solo finché resta un progetto da creator.
Devo decidere se voglio fare l’imprenditore o giocare a fare l’imprenditore.
Non c’è un business model validato, abbiamo diverse idee, ma nulla che sia stato realmente attuato o messo in pratica fino in fondo.
L’app si chiama Where is the toilet e promette di trovare il bagno migliore più vicino. Jaser la presenta come una risposta a un fastidio banale, ma subito allarga il campo: bagni accessibili per chi ha una disabilità, fasciatoi per i neogenitori, schede con recensioni e informazioni tecniche. Il progetto, dice, ha già raccolto , tutto organicamente, ma le revenue restano quasi nulle e il team è piccolo, con nessuno a tempo pieno.
Creiamo il Trip Advisor dei bagni, molto facile da far capire.
Michele Pagani legge invece il progetto come una , più che come una startup software. Nella sua lettura, il valore sta nel racconto seriale, nelle storie, nei volti che si agganciano al formato, persino nel merchandising o in una campagna per un brand come Scottex. L’app, in questo schema, è una vetrina, non il centro economico.
Io qua ci vedo non tanto una startup quanto un progetto media potenzialmente e una community.
Qui il nodo non è la promessa dell’AI, ma la sua tenuta industriale. Liablix entra con un’idea molto precisa, ricostruire sinistri stradali da foto e dati assicurativi, e prova a venderla come software verticale per un mercato che esiste già e soffre di lentezza, frodi e lavoro manuale. La domanda che resta in sospeso è se questo prodotto possa crescere senza diventare una piccola società di consulenza travestita da SaaS.
È un mercato enorme che ancora non è stato risolto dai tool che vengono applicati in questo momento.
Vogliamo automatizzare e rendere su grande scala l’analisi di queste claims.
La startup insiste su un modello che combina AI e simulazione fisica. In teoria il software estrae dati dalle immagini, ricostruisce la scena in 3D, confronta i danni, cerca casi simili e produce un’analisi automatica; in pratica, i giudici hanno subito spostato il fuoco su una questione più concreta: quanto di tutto questo è davvero ripetibile su scala, e quanto dipende ancora dal lavoro umano che la piattaforma dovrebbe sostituire.
Il nostro software ricostruisce la dinamica in 3D, cioè ricostruisce una scena semplicemente caricando le foto.
Ad oggi non lo forniamo direttamente sulla piattaforma. Quello che abbiamo è una sorta di perizia tecnica su richiesta.
Mira Search entra in scena con una tesi semplice e ambiziosa: nell’usato di qualità il problema non è la mancanza di prodotti, ma l’. Sorge prova a trasformare quel vuoto in un vantaggio: un motore che renda il second hand più facile del nuovo, raccolga dati sul comportamento degli utenti e migliori il potere negoziale verso marketplace e seller. Il punto debole, però, emerge subito: per arrivarci la startup deve convincere contemporaneamente utenti finali, boutique e piattaforme, con un modello che vive di affiliazione e di volumi molto alti.
Consumiamo un sacco di risorse, ma non sono qui per lamentarmi di quanto consumiamo. Il second hand non lo è, perché quando qualcuno vuole cercare qualità, la qualità non vive all’interno delle grandi piattaforme come Vinted.
Mira è un aggregatore per il mondo del second hand. L’obiettivo è rendere la ricerca di second hand più facile del nuovo, lato utente.
La proposta si allarga rapidamente oltre la semplice ricerca. Mira dice di connettere l’utente con marketplace di nicchia, vintage, boutique e sezioni pre-owned dei brand, ma anche di generare dati che oggi non esistono, perché la piattaforma non ha inventario proprio e si muove come discovery layer in tempo reale. Qui la startup cerca il suo vero margine: non vendere direttamente, ma diventare l’interfaccia che rende visibile ciò che oggi resta sepolto nella lunga coda di Google.
Non abbiamo inventario, quello che facciamo è aggregare l’inventario esistente online. Siamo un discovery layer, quindi il nostro competitor è Google e OpenAI.
Il dato diventa interessante se è personale. Il valore è il demand che riusciamo a capire, le conversazioni degli utenti piuttosto che quello che cercano.
Il passaggio più interessante della presentazione è il pivot lontano dal marketplace generalista. Mira racconta di aver iniziato con noleggio e scambio, per poi scoprire che il problema reale era la ricerca, soprattutto per chi compra pezzi premium e vuole qualità, non semplice stock. Da lì nasce anche l’app su Shopify, pensata per agganciare più facilmente i piccoli seller e ridurre la dipendenza da crawler specializzati.
La chiusura scioglie il dubbio che aveva attraversato l’intera puntata: non basta avere un’idea che fa parlare, conta se la startup sa reggere come impresa. Il giudizio finale premia , perché sul tavolo del prodotto e della traiettoria imprenditoriale ha convinto più delle altre due, mentre a viene riconosciuta una buona visione ma non il salto decisivo. La cornice resta quella emersa poco prima, tra chi vede nel second hand un mercato in crescita e chi teme che il valore si perda se non diventa monetizzabile in modo robusto.
Rendere il second hand facile da utilizzare come la prima mano mi sembra una ficata. E se siete fedeli a questa missione, sicuramente da qualche parte arrivate.
Anch’io penso che la parte dei dati non sia il valore nascosto, a differenza di come ci ha raccontato, però sicuramente un angolo lo riuscirà a trovare.
Il passaggio decisivo arriva quando la voce finale separa l’apprezzamento per la visione dalla classifica vera e propria. A viene riconosciuta una buona capacità imprenditoriale, ma il premio va a chi ha lasciato l’impressione più netta di un prodotto già leggibile come azienda, non solo come intuizione. È una scelta coerente con il metro usato dalla puntata: la simpatia per il progetto conta meno della sua disciplina.
Mira Search ha sicuramente dimostrato buone capacità imprenditoriali e una visione chiara per il proprio prodotto, ma la startup che più di tutte ha conquistato i giudici di questo terzo episodio è Liablix.
E voi siete d’accordo? Scrivetemelo nei commenti e votate su ascensore.
Sintesi assistita dall'AI del podcast di ascensore, verificata sulla trascrizione originale.