Marie-Pierre St-Onge sostiene che la relazione tra sonno e alimentazione non è un dettaglio: sposta fame, scelte alimentari, metabolismo e perfino la qualità del sonno della notte dopo.
Una notte corta non cambia solo il mattino dopo. Per St-Onge, cambia il modo in cui il cervello valuta il cibo, altera i segnali di fame e sazietà, e può innescare una catena che finisce per peggiorare anche il sonno della notte successiva. La sua tesi è semplice solo in apparenza: per capire peso, glicemia e salute cardiometabolica bisogna guardare insieme a cosa si mangia, quando si mangia e quanto si dorme.
Una notte breve non pesa solo sul mattino dopo. Nella lettura di Marie-Pierre St-Onge, e spinge il cervello verso il cibo, con un effetto che nei dati di laboratorio non è identico per uomini e donne. La questione non è morale, ma biologica: se si dorme meno, il corpo sembra chiedere più energia e lo fa con canali diversi a seconda del sesso.
Che cosa avevano mangiato quel giorno che aveva influenzato il modo in cui avevano dormito quella notte? Abbiamo trovato che un maggiore apporto di fibre era associato a più sonno profondo, un maggiore apporto di grassi saturi a meno sonno profondo, e poi più carboidrati raffinati e zuccheri semplici a più risvegli.
Nei uomini abbiamo visto un aumento della grelina in risposta al sonno corto. Nelle donne abbiamo visto una riduzione del GLP-1, sorprendentemente, e poi hanno mangiato 300 calorie in più nella condizione di sonno corto.
St-Onge parte da qui perché il legame tra peso e sonno, dice, non nasce in laboratorio ma nei grandi studi di popolazione. Cita il quadro già noto di persone che dormono poco, hanno un BMI più alto e tendono a prendere peso nel tempo, ma insiste sul limite di quelle osservazioni: mostrano un’associazione, non una causa. Per lei la domanda decisiva è più stretta: il sonno ridotto altera davvero l’equilibrio tra energia introdotta e spesa energetica? *
Se il sonno porta all’obesità o all’aumento di peso, deve colpire la regolazione dell’equilibrio energetico. Quindi o mangiamo più del dovuto, o ci muoviamo meno, o mangiamo di più, o forse una combinazione delle due cose.
Da lì arriva il suo esperimento più citato: nove ore di tempo a letto per alcuni partecipanti, quattro per altri, per cinque notti, in un disegno incrociato e con alimentazione controllata. Prima non potevano scegliere cosa mangiare, poi sì, così i ricercatori potevano separare i segnali ormonali dal comportamento alimentare. Il risultato, nel racconto di St-Onge, è netto: negli uomini la restrizione del sonno alza la grelina, nelle donne abbassa il GLP-1, e alla fine l’introito cresce.
Nel laboratorio di St-Onge, il sonno ridotto sembra meno monolitico di quanto raccontino gli studi di popolazione. Quando si tengono fermi cibo, orari e quantità, alcuni segnali si muovono e altri no, e il quadro diventa più sfumato: non cambia in modo uniforme, il cortisolo resta stabile, glucosio e insulina non si spostano. La sua tesi, in questa parte, è che i danni metabolici osservati fuori dal laboratorio nascano spesso dall’incastro tra poco sonno, cattive scelte alimentari e vita quotidiana disordinata.
Questo è stato un risultato incidentale. Non sapevamo davvero cosa aspettarci, non sapevamo affatto che avremmo visto differenze tra i sessi.
Nel campione completo non vedevamo alcun effetto sulla ghrelina perché non c’era alcun effetto nelle donne, ma c’era un effetto negli uomini.
St-Onge insiste su un punto semplice: lo studio severo con quattro ore di sonno per notte non produceva la stessa cascata che si vede nelle coorti libere. I partecipanti mangiavano gli stessi pasti, alla stessa ora, nella stessa quantità, eppure il sonno breve da solo non bastava a cambiare tutto. e glicemia, dice, non si muovevano, il che per lei suggerisce che la storia reale cominci quando il minor sonno si combina con tutto il resto.
Non abbiamo visto alcun effetto su glucosio o insulina. Niente. Le curve erano sovrapponibili.
Questo mi dice che è una combinazione di cose diverse a causare le anomalie metaboliche che notiamo nelle popolazioni libere.
St-Onge sposta il fuoco su una tesi meno intuitiva della solita massima “non mangiare tardi”: la dieta non è solo carburante, ma parte dell’architettura del sonno. Nei dati di coorte che cita, la qualità di ciò che si mangia si intreccia con la durata del riposo, i sintomi d’insonnia e perfino con il modo in cui il sonno si frammenta nella notte successiva. La domanda, per lei, non è se cibo e sonno si parlino, ma quanto quel dialogo conti per metabolismo e salute cardiometabolica.
Abbiamo iniziato a pensare al sonno come al promotore dell’assunzione di cibo, o come al sonno che causa cambiamenti nella dieta e nell’esercizio, ma non abbiamo davvero pensato che potesse essere il contrario, o che il contrario fosse altrettanto plausibile.
Abbiamo trovato che avere una dieta più vicina alla dieta mediterranea era associato a una maggiore probabilità di dormire a sufficienza e a meno sintomi di insonnia in questa coorte.
Il punto, però, non è solo la dieta “buona” in astratto. St-Onge insiste sul fatto che il pattern alimentare conta più del singolo alimento, e che due modelli spesso ricorrono nei dati che considera: la dieta mediterranea e il DASH*, pensato per ridurre la pressione arteriosa. Nei loro dati, le donne con un profilo più vicino a questi modelli avevano meno probabilità di insonnia persistente a tre anni.
Le donne che avevano un profilo alimentare più vicino a questi due tipi di dieta, diete salutari, avevano meno probabilità di avere insonnia a tre anni.
Dietary approaches to stop hypertension è stato sviluppato per ridurre, prevenire l’ipertensione, abbassare la pressione sanguigna nelle persone aumentando l’assunzione di frutta e verdura, noci e semi, consumando latticini a basso contenuto di grassi, più tipi di dieta a base vegetale.
St-Onge sposta la discussione dal numero di ore dormite a una domanda più scomoda: perché una persona sente il bisogno di fare un pisolino? Se il sonno notturno è stato sufficiente ma al risveglio non arriva la sensazione di riposo, lei dice che vale la pena guardare a , non solo al calo di attenzione del pomeriggio. Il punto è che il sonnellino, in questa lettura, non è un vizio da correggere in blocco né un’abitudine innocente per definizione; è un segnale da interpretare.
Le raccomandazioni sono di fare un sonnellino breve, 30 minuti, non più di un’ora, abbastanza presto nella giornata, se possibile, così da avere tempo sufficiente per ricostruire la pressione del sonno e riuscire ad addormentarsi bene quando arriva il momento.
Se hai dormito abbastanza di notte, ti svegli, non ti senti riposato, non riesci a mantenere l’attenzione durante il giorno e hai bisogno di un pisolino, credo che dovresti controllare cosa succede la notte e perché non stai dormendo abbastanza bene.
La stessa cautela torna quando St-Onge parla di cronotipo e ritmo di lavoro. Dice di sentirsi più efficiente nelle prime ore, con una concentrazione molto alta, ma insiste anche sul fatto che una vita tutta “vai, vai, vai” finisce per chiedere un conto. Il suo esempio personale, dal correre ovunque allo yoga, serve a difendere un’idea semplice: il riposo non è una pausa accessoria, è parte del bilancio biologico.
Sono molto concentrata. Molto efficiente. Cerco di stare davvero attenta al compito che ho davanti.
Penso che sia importante avere un po’ di entrambi. È importante avere tempo di downtime, tempo di velocità, e non essere solo sempre sempre sempre così.
Poi entra il tema più netto dei disturbi respiratori del sonno. St-Onge lega l’apnea a un sonno non ristoratore, alla sonnolenza diurna e alla necessità di test adeguati, ma spinge anche su un punto pratico: non basta “credere” di averla, bisogna farsi valutare. Qui il suo ragionamento è clinico e pubblico insieme, perché l’apnea non viene presentata come un fastidio locale, ma come un problema che tocca vigilanza, funzione cognitiva e salute cardiometabolica
St-Onge tratta gli alimenti funzionali come un campo serio proprio perché è pieno di fumo. Qui la distinzione che le interessa non è tra cibo “buono” e cibo “cattivo”, ma tra una proprietà nutritiva generica e un effetto misurabile su colesterolo, termogenesi o composizione corporea. È da lì che passa la differenza tra marketing e prova.
Ci sono i claim strutturali, come dire che il latte contiene calcio ed è buono per le ossa, e poi ci sono i claim funzionali. Questi claim funzionali, o health claim, dicono per esempio che la fibra dell’avena riduce i livelli di colesterolo».
Mi interessavano gli alimenti funzionali per benefici sulla salute al di là del loro contenuto nutrizionale».
Da lì St-Onge ricostruisce la sua traiettoria di ricerca: kefir per il master, i trigliceridi a catena media per il dottorato, zenzero dopo una proposta quasi casuale a una studentessa. Il punto non è l’aneddoto, ma il metodo: prendere un alimento concreto e vedere se sposta un parametro fisiologico che si può misurare, non soltanto raccontare.
Abbiamo studiato il kefir per il mio master e poi, per il dottorato, i trigliceridi a catena media. Poi lo zenzero è stato qualcosa che ho proposto a una studentessa di dottorato».
Volevo vedere se ci sono piccole cose che possiamo fare, piccoli cambiamenti nella dieta, per aumentare il dispendio energetico rispetto all’introito».
Lo studio sullo zenzero è il più istruttivo perché mostra quanto sia modesto, e insieme reale, il guadagno che lei sta cercando. Ai partecipanti veniva data polvere di zenzero sciolta in acqua calda, poi solo acqua calda nel crossover, e per sei ore si misurava il dispendio con una camera metabolica. Il risultato, dice St-Onge, fu un aumento significativo del cosiddetto effetto termico del cibo, che lei collega a un possibile passaggio attraverso i recettori della capsaicina.
La tesi di Marie-Pierre St-Onge, qui, è meno glamour di quanto sembri e più difficile da aggirare: il corpo non legge solo calorie e nutrienti, legge anche l’orologio. Se una parte delle calorie finisce nella prima metà della giornata, sostiene, il metabolismo tende a lavorare meglio; se arrivano tardi, il quadro cambia. Il punto non è un comandamento dietetico, ma un ordine di priorità: conta quanto cosa si mangia, almeno per l’ossidazione dei grassi e per gli esiti cardiometabolici.
Non c’è motivo di mettere una cosa contro l’altra. Quello che conta è anche avere una dieta più basata sulle piante, con un volume più alto, che sazia.
Se il volume del cibo è alto ma non porta tante calorie, ottieni sazietà da quel volume. Poi aggiungi delle noci, che aiutano a prolungarla, perché apportano proteine e grassi salutari.
Nel suo ragionamento, il problema non è scegliere tra piante e proteine animali, ma evitare che la dieta si riempia di alimenti facili da sovraconsumare. St-Onge dice che i cibi colorati, più voluminosi e meno raffinati aiutano proprio perché frenano la fame senza costringere a contare ogni boccone. L’attrito vero, però, arriva quando il discorso si sposta dagli alimenti al calendario.
Le cose che per me sono molto facili da mangiare troppo sono l’amido, il grasso, o le combinazioni di amido, zucchero e grasso. Il cervello e l’intestino rispondono con segnali che gridano “ancora”.
Ridurre i cibi bianchi il più possibile, questo è l’obiettivo. La farina bianca, il riso bianco, la pasta bianca, cose che non sono così colorate.
Qui la sua diagnosi si fa più normativa. St-Onge lega la sovralimentazione ai prodotti che dissolvono facilmente in bocca, ai mix di grasso e carboidrati e a una cultura alimentare che normalizza porzioni grandi e cibi iperpalatabili. Il sottotesto è chiaro: se il problema è anche neurologico, allora il mercato ha imparato a venderlo molto bene.
Il punto più delicato arriva quasi in coda: quando la ricerca mostra poco o nulla, spesso non finisce sulla pagina stampata. St-Onge lega questa asimmetria agli incentivi accademici e al modo in cui i giovani ricercatori imparano a leggere i dati, due filtri che possono deformare la nutrizione ben prima che il pubblico ci metta sopra le mani. La sua tesi, qui, non è che il campo sia inaffidabile; è che è più fragile di quanto il dibattito online faccia credere.
Penso che tutto questo campo della nutrizione sia controverso, per alcune buone ragioni. È molto importante, e penso che sia controverso anche per molte ragioni sfortunate e inutili tra studenti, postdoc e pubblico generale.
Una situazione ideale è quando lo studente o il postdoc non crede ai propri risultati. Dicono: non è davvero così, e allora devi convincerli che in realtà hanno qualcosa di interessante.
Da lì la conversazione scivola sulla domanda che il pubblico porta più spesso in laboratorio: cosa devo mangiare, e cosa dovrei evitare? St-Onge dice che l’attenzione si concentra di continuo sull’ultimo prodotto miracoloso, dai peptides alle mode del momento, mentre lei preferisce una risposta più sobria, centrata sul cibo vero e sui nutrienti che arrivano da lì. Il suo argomento è meno seducente di una scorciatoia, ma anche meno esposto alla rotazione rapida delle ossessioni alimentari.
Preferisco scelte alimentari attente. Penso che sia più piacevole mangiare una dieta completa di cibi; detto questo, alcune persone possono aver bisogno di integrare la loro dieta, ma credo che le persone dovrebbero sforzarsi di ottenere i nutrienti da alimenti integrali.
Ci porti dentro così tanto di più, no? Sì, c’è fibra in frutta e verdura, ma ci sono anche tutti i polifenoli, tutti i componenti non nutritivi che forse hanno benefici per la salute che non capiamo del tutto ancora.
Il sonno corto fa davvero mangiare di più?
Sì. Nei suoi studi, il sonno ridotto ha aumentato l’introito calorico e ha spostato i segnali ormonali della fame, con effetti diversi tra uomini e donne.
Che tipo di dieta aiuta il sonno?
Una dieta più vicina al modello mediterraneo o DASH è stata associata a meno insonnia e a un sonno migliore nei grandi studi osservazionali citati da St-Onge.
Mangiare tardi peggiora il sonno?
Per St-Onge, sì in molti casi. Lei dice di cercare di finire il pasto serale almeno tre ore prima di dormire, e i dati che cita vanno nella stessa direzione.
Gli alimenti funzionali servono davvero?
Dipende dall’esito misurato. Kefir, MCT e zenzero hanno dato risultati interessanti in alcuni test, ma non sempre sugli endpoint per cui erano stati studiati.
Perché parla tanto di risultati nulli?
Perché, secondo lei, sono difficili da pubblicare ma fondamentali per capire cosa non funziona e non costruire raccomandazioni su effetti casuali.
Eat Better, Sleep Better
Il libro viene citato in chiusura come sintesi pratica del suo lavoro su sonno e alimentazione, e come punto d’ingresso per i lettori che vogliono approfondire.
Sintesi assistita dall'AI del podcast di Andrew Huberman, verificata sulla trascrizione originale.
Il disegno è forte, ma resta un esperimento breve, in condizioni molto controllate e con numeri necessariamente limitati rispetto alla variabilità della vita reale. Il fatto che il segnale compaia in laboratorio non dice quanto pesi davvero nel lungo periodo rispetto a lavoro, farmaci, menopausa, ansia o disponibilità di cibo. È un indizio robusto, non una mappa completa.
La forza di questi modelli sta nel loro insieme, ma proprio per questo è difficile sapere quale componente faccia cosa. La dieta mediterranea o il DASH possono anche essere segnali di uno stile di vita più ordinato, con più movimento e migliori abitudini di salute. Se il sonno migliora, parte del merito potrebbe essere del contesto, non solo del menù.
L’enfasi sul cibo integrale è difficile da contestare, ma l’idea che i supplementi siano secondari in quasi tutti i casi rischia di semplificare troppo. Per alcuni nutrienti, in specifiche condizioni cliniche o dietetiche, l’integrazione è proprio ciò che evita carenze o rende praticabile un regime alimentare. La linea più prudente non è diffidare dei supplementi in blocco, ma separarli da un immaginario di scorciatoia universale.