L’ex Navy SEAL sostiene che la tecnologia stia rendendo il combattimento insieme più preciso e più disumano, ma dice che il vero problema resta umano: paura, disciplina, identità e decisioni prese troppo in fretta.
La guerra, dice Andy Stumpf, non sta diventando solo più tecnologica. Sta diventando più vicina, più visibile e più facile da guardare senza sentirne il peso. Droni economici, AI, immagini di morte che arrivano sui telefoni: il combattimento, per lui, rischia di perdere attrito morale proprio mentre guadagna velocità. Il punto non è soltanto cosa possono fare le macchine, ma cosa resta agli uomini quando smettono di dover decidere tutto da soli.
La guerra, per Stumpf, sta diventando più vicina proprio mentre si fa più remota. I droni commerciali, i sensori e l’AI non eliminano il corpo a corpo, ma comprimono il tempo tra osservazione e decisione, e rendono la violenza più accessibile a chiunque abbia una connessione. La sua tesi è semplice: la tecnologia allunga lo sguardo, non cancella la responsabilità di chi decide quando premere il grilletto.
Per noi i droni erano Predator o Reaper, piattaforme di sorveglianza sopra la testa, con grandi sensori e la possibilità di vedere quello che vedevano loro. Non pensavo nemmeno per un secondo che qualcuno potesse ordinare un drone su internet e trasformarlo in un’opzione cinetica sul campo di battaglia.
L’idea che la guerra dei droni fosse questo non mi ha mai sfiorato. E vedere persone che scappano da un DJI che esplode, per me, è il più netto dei no.
Stumpf insiste sul fatto che il cambiamento non è solo nella potenza di fuoco, ma nella forma del danno. Dice che molte ferite da drone assomigliano a quelle da IED dell’Iraq e dell’Afghanistan, perché restano ferite da esplosione, ma ammette di non sapere ancora se siano più aggressive. Il punto, per lui, è che la guerra si è fatta insieme più digitale e più archeologica, con trincee e pistole dietro l’angolo nello stesso teatro operativo.
In Ucraina, nello stesso momento in cui sono all’avanguardia sull’elettronica, ci sono video di uomini che corrono nelle trincee e si sparano a distanza di una stanza. È un miscuglio di innovazione, evoluzione e contatto umano, faccia a faccia.
Quando il discorso passa all’AI, Stumpf alza il livello dell’allarme ma non concede che la macchina abbia già preso il controllo. Distingue tra umano nel circuito, umano sul circuito e umano fuori dal circuito, e dice che è quest’ultima fase a spaventare tutti. La sua obiezione non è romantica, è operativa: se una macchina decide più in fretta di un avversario umano, l’unico modo per restare competitivi è rischiare di copiarla.
La fase che terrorizza tutti è quella in cui l’umano è fuori dal circuito. Se togli l’umano, non so come combatti contro questo senza fare esattamente la stessa cosa.
Nei SEAL, racconta Andy Stumpf, il carattere non nasce da una qualità quasi sovrumana, ma dal modo in cui una persona regge la pressione senza uscire dal binario. La selezione, nella sua lettura, serve a scoprire chi sa seguire procedure, restare lucido e non trasformare il panico in improvvisazione sterile. L’idea romantica del guerriero eccezionale, dice, fa più rumore di quanto spieghi davvero.
Nei SEAL contano persone molto normali, a cui vengono chieste cose eccezionali.
Non sono persone che si mettono un mantello e vanno al lavoro. Sono persone molto normali, incaricate a volte di fare cose eccezionali.
Stumpf insiste sul fatto che la scuola più dura non selezioni gli eroi, ma chi sa non rompersi quando il corpo è già sotto stress e la testa vorrebbe inventarsi una via d’uscita. Racconta che la parte decisiva non è l’ispirazione, ma la capacità di restare dentro una procedura quando tutto attorno spinge a fare il contrario. È un ribaltamento utile: il valore militare, in questa versione, assomiglia meno a un talento naturale e più a una disciplina ripetuta.
La competenza e la presenza di carte in regola non sono la stessa cosa. Devi essere competente e aggiornato nel pilotare un aereo multimilionario in un posto dove conta restare lucidi.
Il passaggio sulla SERE school* serve a Stumpf per dire che l’addestramento conta soprattutto perché abitua a restare funzionali quando il contesto si fa ostile e ambiguo. Descrive settimane di navigazione, cattura simulata e interrogatorio, ma taglia corto sull’idea che quel percorso produca superuomini. Produce invece persone che sanno cosa fare quando la situazione degrada e l’istinto suggerisce di cedere il controllo.
È una settimana di lezioni in aula, e molto di questo, quando l’ho fatta io, era basato sul Vietnam. Si studiava molto l’Hanoi Hilton e i codici tap che avevano creato tra loro.
Stumpf sposta il centro della scena: il fallimento, dice, non nasce quasi mai dal corpo quando il problema è stare dentro un frame mentale che si è già rotto. Finché un obiettivo resta troppo lontano, troppo grande o troppo vago, la mente cerca scorciatoie, interpreta il disagio come prova di sconfitta e confonde la fatica con il limite reale. È lì che il racconto dei SEAL smette di essere eroico e diventa più banale, e più utile: la disciplina serve a restare nel compito quando la testa vorrebbe già uscire dalla stanza.
Abbiamo confuso la soppressione con la forza», ha detto Stumpf. «A volte è solo più facile restare in qualcosa che ti sta distruggendo che ammettere che devi andare via».
La sua tesi si regge su una distinzione che per lui è quasi morale: resistere non coincide sempre con sopportare. Nel lessico delle forze speciali, ha spiegato, il culto del “non mollare” può diventare una trappola identitaria, perché spinge a restare in relazioni, lavori o abitudini che ormai stanno erodendo tutto il resto. Il punto, nel suo racconto, non è premiare chi si ritira troppo presto, ma riconoscere che anche l’ostinazione può essere una forma di autoinganno.
Fino a quando ti vedi come il bambino che non molla, resti prigioniero di quella storia», ha detto. «Se hai un problema con l’alcol, non puoi dire: “non mollare mai” e andare avanti lo stesso».
Il dolore psicologico si erode a piccoli pezzi, di solito per un periodo molto lungo», ha detto. «Puoi sempre andare avanti per un altro giorno, finché non arrivi al punto in cui il danno è già abbastanza accumulato».
Da lì Stumpf allarga il discorso alla responsabilità personale. La formula che usa è semplice fino alla durezza: finché una persona si racconta come vittima delle circostanze, resta in balia del vento; quando si assume la paternità delle proprie risposte, recupera almeno una parte del controllo. La libertà, nella sua versione, non è decidere tutto, ma smettere di attribuire tutto all’esterno.
La parte più netta dell’ultima sezione è anche la più scomoda: Stumpf non parla della guerra come di un problema di coraggio, ma di cautela. Quando i conflitti diventano permanenti, e le decisioni arrivano da lontano, sostiene, il rischio non è solo strategico; è morale, politico e umano. Per questo insiste sul fatto che chi manda altri a combattere dovrebbe avere più pelle in gioco di quanta ne abbia oggi.
Io penso che dobbiamo essere migliori di così. Se vogliamo essere un faro per il mondo, dobbiamo essere migliori di così.
È una guerra orribile, e ti mostrerà il meglio di chi sei e il peggio di chi avresti mai pensato di poter essere.
Il suo argomento nasce da un ricordo preciso della violenza in Iraq e Afghanistan, ma va oltre il gesto individuale. Stumpf distingue tra uccidere in combattimento e colpire un corpo ormai neutralizzato, e usa quella differenza per parlare di regole, di freni, di reputazione nazionale. Se un video di un pilota iraniano ucciso a bruciapelo online non verrebbe accettato dagli americani, dice, allora non dovrebbe essere normalizzato quando a farlo sono gli americani.
Da lì il discorso scivola sui vent’anni della guerra al terrorismo, che per lui sono stati un esercizio di assenza di obiettivo finale. Afghanistan, dice, ha raggiunto i suoi scopi militari in circa 90 giorni, eppure gli Stati Uniti sono rimasti 20 anni; l’uscita ha lasciato dietro di sé materiale, immagini e una sensazione di vuoto strategico. [ ?] Iraq gli serve per lo stesso rilievo: senza uno stato finale definibile, si entra in una relazione tossica con la guerra, si torna indietro e si ricomincia.
I nostri obiettivi militari in Afghanistan li abbiamo raggiunti in circa 90 giorni. Siamo rimasti per 20 anni.
Mi metto molto in allarme quando non c’è uno stato finale definibile.
Cosa pensa Stumpf dei droni in guerra?
Li vede come una svolta reale e inquietante. Dice che non aveva mai immaginato un drone economico, ordinabile quasi come un prodotto online, come arma cinetica sul campo.
Perché parla tanto di procedure e disciplina?
Perché, nel suo racconto dei SEAL, la differenza tra passare e fallire non è il talento grezzo ma la capacità di restare nel metodo quando il corpo e la mente cedono.
Secondo lui l’AI dovrebbe decidere chi colpire?
No. Stumpf dice che l’AI può assistere nel planning e nell’analisi, ma il go no-go finale non dovrebbe uscire da un sistema automatico.
Qual è il suo giudizio sulle guerre lunghe?
È molto scettico. Dice che senza uno stato finale definito si finisce per restare dentro conflitti che consumano persone e obiettivi senza mai chiudersi davvero.
Che lezione vuole lasciare ai civili?
Che non tutto va portato fino al limite. Per Stumpf, sapere quando smettere è spesso più utile che confondere resistenza con auto-distruzione.
Sintesi assistita dall'AI del podcast di Chris Williamson, verificata sulla trascrizione originale.
Fino a quando non ti vedi come l’autore della tua vita, sarai la vittima della tua vita», ha detto. «Hai quasi nessun controllo su quello che ti succede, ma hai controllo totale su come rispondi».